Il tempo che manca, la pressione della performance, la fatica di passare dall’allenamento ai libri e gli arretrati dopo gare e trasferte. La Dual Career mette davanti ai giovani atleti una doppia sfida quotidiana: crescere nello sport senza sacrificare la formazione. Sei ostacoli, spesso meno visibili del previsto, possono però rendere fragile questo equilibrio e favorire l’abbandono sportivo da parte degli adolescenti. I consigli di Futura, la nuova scuola che si adatta allo studente con percorsi personalizzati, e della psicologa Federica Giampà.

Per uno studente-atleta la giornata può iniziare sui banchi di scuola e terminare in palestra, sul campo, in piscina o in pista. In mezzo ci sono compiti, allenamenti, trasferimenti, gare, recupero fisico, interrogazioni, verifiche e una quantità di decisioni quotidiane che spesso devono essere prese molto presto.
La Dual Career, espressione utilizzata per indicare la possibilità di portare avanti parallelamente il percorso sportivo e quello educativo o formativo, nasce proprio dall’esigenza di non considerare questi due mondi alternativi.
La letteratura sul tema evidenzia però quanto la conciliazione possa diventare complessa e, in assenza di supporto, esporre gli studenti-atleti al rischio di abbandonare lo sport oppure il percorso scolastico.
Il problema riguarda anche una fascia di età nella quale lo sport dovrebbe rappresentare una parte importante della crescita, ma nella quale possono aumentare contemporaneamente richieste scolastiche, aspettative sportive e bisogno di autonomia.
Dual Career: un giovane atleta, due percorsi da tenere insieme
I dati Istat aiutano a mettere a fuoco il fenomeno. Nel 2024 circa 1 milione e 560mila giovani tra 10 e 24 anni hanno dichiarato di aver praticato sport in passato per poi interromperlo: il 18,3% della fascia d’età considerata.
L’abbandono riguarda il 21,6% delle ragazze e il 15,1% dei ragazzi e arriva mediamente a 14 anni per le ragazze e 15 per i ragazzi. Tra le motivazioni principali compaiono la mancanza di tempo, indicata dal 41,9%, la perdita di interesse, 39,1%, e gli impegni scolastici, 16,2%.
Sono numeri che raccontano una questione più articolata del semplice “non ho più voglia di allenarmi”. A volte il problema è proprio il modo in cui sport, scuola e vita quotidiana vengono incastrati.
È su questa complessità che si concentra l’analisi di Futura, realtà dedicata a percorsi di apprendimento personalizzati, con il supporto della psicologa Federica Giampà.
1. La sensazione di non avere più voce nelle proprie scelte
Quando la quotidianità di un adolescente è scandita da orari decisi da altri – scuola, allenatori, genitori, calendario delle competizioni – può diventare difficile percepire il proprio tempo come realmente personale.
Il punto, sottolinea l’analisi di Futura, non è soltanto quante ore vengano occupate da scuola e sport. Conta anche la sensazione di avere controllo sulla propria giornata. Se tutto viene stabilito dall’esterno, anche un’attività amata può finire per essere percepita come un obbligo.
Per questo coinvolgere i ragazzi nelle decisioni può diventare importante. Stabilire insieme le priorità, organizzare tempi di studio, allenamento e recupero e lasciare spazio alla scelta personale permette di aumentare il senso di responsabilità e di autonomia.
È una distinzione sottile, ma decisiva: fare sport perché lo si sceglie è diverso dal sentirsi semplicemente tenuti a farlo.
La società sportiva può avere qui un ruolo prezioso. Allenatori e dirigenti non sono soltanto figure che definiscono programmi e obiettivi agonistici, ma possono aiutare l’atleta a costruire una relazione più consapevole con il proprio percorso.
2. Quando il perfezionismo trasforma ogni giornata in un esame
Voti, tempi, classifiche, convocazioni, risultati. Scuola e sport hanno in comune un elemento potente: rendono molti aspetti della performance visibili e misurabili.
Per un giovane atleta questo può trasformarsi nella sensazione di essere costantemente valutato. Un brutto voto si somma a una gara andata male; un errore tecnico può essere vissuto insieme alla paura di deludere l’allenatore; una verifica importante può diventare un’ulteriore fonte di tensione alla vigilia di una competizione.
Il perfezionismo, in questo contesto, può rendere ogni risultato una sorta di giudizio sul proprio valore personale.
Una strategia utile consiste nel distinguere tra obiettivi di risultato e obiettivi di processo.
Vincere una gara, ottenere un determinato voto o raggiungere un tempo appartengono alla prima categoria. Preparare bene un compito, migliorare una tecnica, mantenere la concentrazione o rispettare il piano di allenamento sono invece obiettivi più vicini a ciò che il ragazzo può controllare.
Spostare l’attenzione sul processo non significa abbassare l’asticella. Significa rendere il percorso più gestibile e diminuire la sensazione che ogni giornata debba necessariamente produrre una prestazione impeccabile.

3. Il difficile passaggio dall’allenamento ai libri
Finito l’allenamento, arriva il momento dello studio. Ma il passaggio non è sempre immediato.
Dopo una sessione intensa o una gara, il ragazzo può avere bisogno di qualche minuto per uscire dalla dimensione sportiva e prepararsi a un’attività che richiede un tipo diverso di attenzione. Il corpo è ancora attivo, la mente è reduce dalla concentrazione necessaria per allenarsi e cambiano radicalmente il tipo di compito, l’ambiente e le richieste cognitive.
«Questo non significa necessariamente che il/la ragazzo/a abbia una scarsa capacità di attenzione o di studio», spiega la psicologa Federica Giampà, «può semplicemente aver bisogno di un tempo di transizione per ridurre gradualmente il livello di attivazione e prepararsi a un compito cognitivo diverso».
Anche qui, dunque, può essere utile inserire un piccolo spazio tra i due mondi: una doccia, uno spuntino, qualche minuto di pausa, il tempo per cambiarsi e preparare il materiale.
L’obiettivo è evitare che l’organizzazione della giornata si trasformi in una sequenza senza interruzioni: scuola, trasferimento, allenamento, rientro, libri, sonno.
Il recupero non dovrebbe essere considerato tempo perso.
4. Gli arretrati scolastici che si moltiplicano dopo trasferte e competizioni
Una gara fuori città può significare una giornata intera lontano da casa. Un torneo può occupare un intero weekend. Un periodo intenso di competizioni può produrre un accumulo di compiti e studio che, rientrati a casa, si presenta tutto insieme.
A quel punto il problema non è necessariamente la quantità assoluta di lavoro, ma la percezione di non sapere da dove iniziare.
Quaderni da completare, capitoli da studiare, esercizi arretrati e verifiche già fissate possono comporre un blocco difficile da affrontare. La sensazione di sopraffazione può alimentare il rinvio, che a sua volta aumenta l’arretrato.
Se questa dinamica si ripete, lo sport può finire per essere percepito come la causa del problema. La conseguenza più semplice sembra allora quella di togliere qualcosa: saltare una gara, ridurre gli allenamenti oppure abbandonare del tutto l’attività agonistica.
Una gestione preventiva può però cambiare il quadro.
Prima di una trasferta si possono individuare con un genitore, un insegnante o un altro adulto di riferimento le attività più urgenti, quelle che possono essere anticipate e quelle che potranno essere recuperate al rientro.
Organizzare l’arretrato prima che diventi arretrato significa ridurne anche il peso psicologico.
La ricerca sulla Dual Career sottolinea proprio la necessità di sistemi di supporto capaci di mettere in comunicazione le diverse esigenze dello studente-atleta, anziché lasciare che scuola e sport procedano su binari completamente separati.
5. La trappola del “tutto o niente”
C’è poi una rigidità meno evidente, ma molto diffusa: pensare che lo studio abbia valore soltanto se affrontato in un lungo blocco di tempo.
Dopo una giornata tra scuola e allenamento, restano magari 30 o 40 minuti prima di cena. Per alcuni adolescenti possono sembrare troppo pochi per studiare davvero. Così quei minuti vengono lasciati cadere e l’attività viene rimandata al giorno successivo.
Il risultato paradossale è che un tempo breve e utilizzabile diventa tempo perso proprio perché non sembra abbastanza.
L’alternativa è imparare a utilizzare i cosiddetti micro-slot, piccoli intervalli nei quali svolgere attività circoscritte: ripassare una definizione, completare alcuni esercizi, organizzare gli appunti, rileggere un capitolo, preparare il materiale per il giorno successivo.
Non tutte le attività richiedono la stessa concentrazione né un’ora consecutiva di tempo. Rendere lo studio più modulare può aiutare lo studente-atleta a utilizzare meglio gli spazi disponibili senza vivere ogni incastro come una scelta tra sport e scuola.
È una competenza organizzativa che può diventare utile anche più avanti, quando la capacità di gestire contemporaneamente più impegni sarà richiesta all’università e nel lavoro.
6. Quando ci sono anche i DSA
Per uno studente-atleta con Disturbo Specifico dell’Apprendimento, la gestione dei due percorsi può richiedere un’organizzazione ancora più personalizzata.
Strategie di studio individualizzate, strumenti compensativi e tempi di apprendimento calibrati sulle proprie esigenze possono occupare una parte importante della pianificazione quotidiana. Se a questo si aggiungono allenamenti, trasferte e gare, il rischio è che il ragazzo interpreti queste necessità come un limite rispetto ai compagni.
Il problema può così spostarsi dalla gestione pratica alla percezione di sé: “Per me ci vuole più tempo”, “Io sono più lento”, “Devo rinunciare allo sport per riuscire a stare al passo”.
È proprio qui che il supporto dovrebbe cambiare prospettiva. L’obiettivo non è soltanto recuperare il programma scolastico, ma costruire strategie efficaci e sostenibili, valorizzando il modo personale di apprendere.
«Per alcuni studenti con DSA, lo sport può rappresentare uno spazio importante in cui sperimentare competenza, autonomia e soddisfazione personale», commenta Giampà.
«Per questo, considerarlo semplicemente come un’attività da sacrificare per recuperare tempo allo studio rischia di essere controproducente: sostenere il ragazzo nell’organizzazione dei diversi impegni con un approccio personalizzato può essere più utile che fargli rinunciare a una dimensione significativa della propria vita».
Lo sport può dunque diventare anche una risorsa sul piano dell’autoefficacia: un ambito nel quale sperimentare progressi, disciplina, relazione con gli altri e capacità di raggiungere obiettivi.

Il drop-out non nasce necessariamente da una perdita di interesse
Uno degli aspetti più interessanti dei dati Istat è proprio questo: la mancanza di interesse pesa molto – 39,1% – ma la mancanza di tempo è la motivazione più frequente, indicata dal 41,9% dei giovani che hanno interrotto lo sport. Gli impegni scolastici arrivano al 16,2%.
Il dato suggerisce una lettura diversa dal classico “i ragazzi oggi non hanno voglia di fare sport”.
A volte la passione può esserci ancora. Quello che manca è lo spazio materiale o mentale per coltivarla.
È una distinzione importante soprattutto nell’adolescenza, quando contemporaneamente aumentano le richieste scolastiche, cambiano le relazioni sociali, cresce il bisogno di autonomia e lo sport può diventare più impegnativo sul piano agonistico.
Per questo prevenire il drop-out significa anche intervenire sull’organizzazione attorno al giovane atleta, non soltanto chiedergli maggiore motivazione.
Una rete tra famiglia, scuola e società sportiva
La Dual Career funziona quando il ragazzo non deve diventare l’unico responsabile dell’incastro.
Famiglia, scuola, allenatori, società sportive e, nei percorsi più strutturati, tutor e figure specialistiche possono contribuire a creare una rete. Le esperienze italiane di programmi di Dual Career mostrano proprio l’utilità di forme di accompagnamento personalizzato, orientamento e monitoraggio rivolte agli studenti-atleti.
L’Università Cattolica, per esempio, ha sviluppato dal 2018 un programma specifico per conciliare carriera sportiva agonistica e percorso universitario, con tutor psicologi dello sport.
La direzione è quindi quella di smettere di vedere scuola e sport come due mondi che si contendono le stesse ore.
L’obiettivo è costruire un calendario nel quale possano convivere.
Anche la società sportiva può avere una funzione educativa che va oltre il campo. Conoscere i periodi di maggiore carico scolastico, dialogare con le famiglie e aiutare gli atleti a programmare trasferte e recuperi può contribuire a ridurre parte della pressione.
CSI e Futura: una collaborazione dedicata agli studenti-atleti
È in questa prospettiva che si inserisce la nuova collaborazione tra Centro Sportivo Italiano e Futura, annunciata il 6 ottobre 2026, con l’obiettivo di aiutare i tesserati CSI e le loro famiglie a conciliare sport e formazione.
La partnership prevede condizioni dedicate sui percorsi Futura per la preparazione ai test universitari, l’accesso a Medicina, i concorsi delle Forze Armate e il supporto allo studio per studenti di ogni ordine e grado.
È previsto anche un contributo economico destinato alle società sportive affiliate che accompagnano i propri atleti verso un percorso formativo.
L’iniziativa parte da una considerazione semplice: la società sportiva può essere molto più di uno spazio nel quale allenarsi e gareggiare. Può diventare una parte della rete educativa che accompagna il giovane nelle diverse fasi della crescita.
«Con questa collaborazione vogliamo essere al fianco dei giovani atleti nei momenti in cui sport e studio sembrano tirare in direzioni opposte», sostiene Lorenzo Pinto, founder di Futura.
«Chi fa sport sa cosa significa allenarsi con costanza verso un obiettivo, ed è esattamente lo stesso metodo che serve per migliorare a scuola o prepararsi a un test universitario o a un concorso. Il nostro compito è dare a questi ragazzi percorsi costruiti su misura, con docenti che li seguono uno a uno, così che non debbano scegliere tra la passione sportiva e il proprio futuro formativo».
Futura si presenta oggi con percorsi che coprono le scuole superiori, il supporto ai DSA, la preparazione ai test universitari e ai concorsi, attraverso un modello che punta sulla personalizzazione del percorso di studio e sul supporto individuale.
Tenere insieme due identità, senza costringere il ragazzo a sceglierne una
Parlare di Dual Career significa, in fondo, riconoscere che un giovane atleta non è soltanto un atleta.
È uno studente, una figlia o un figlio, un amico, una persona che sta costruendo la propria identità. Lo sport può occupare una parte importante della sua vita, ma anche la formazione rappresenta una dimensione fondamentale per il futuro.
Quando i due percorsi vengono percepiti come incompatibili, il rischio è che uno dei due venga sacrificato. E il drop-out sportivo può essere soltanto la conseguenza più visibile di un problema nato molto prima: settimane troppo piene, pressione eccessiva, arretrati che aumentano, poca autonomia nelle decisioni, difficoltà a recuperare o la sensazione di non riuscire mai a fare abbastanza.
La soluzione non passa dal chiedere al giovane atleta di diventare ancora più efficiente.
Passa piuttosto dalla costruzione di un contesto nel quale sport e formazione possano sostenersi a vicenda.
Perché una gara importante e una verifica a scuola non dovrebbero essere due eventi che si fanno concorrenza. E perché continuare a praticare uno sport che si ama, mentre si costruisce il proprio percorso di studio, non dovrebbe essere considerato un privilegio: può essere parte dello stesso progetto di crescita.
(S.R.)