Ironman, un fenomeno contagioso

marco ironman ape

Ironman. Ultimamente se ne sente parlare con sempre maggiore frequenza, non solo nei magazine sportivi. Il fenomeno Ironman, ormai è un dato di fatto, sta contagiando un numero impressionante di sportivi (e non). Ne parla spesso Linus, lo praticano Joe Bastianich (il giudice di Masterchef nel 2011 ha concluso l’Ironman di Kona in 12 ore, 31 minuti e 9 secondi…) e anche il celebre chef inglese Gordon Ramsay.

L’Ironman è un’impresa sportiva smisurata, destinata a uomini (e donne) dalla resistenza fisica fuori dal comune, che richiede impegno, costanza, fatica, molta passione, allenamenti su allenamenti, km e km sulla strada e in acqua, una alimentazione sana e controllata. Tecnicamente, si tratta del triathlon super lungo ovvero 3,8 km di nuoto in acque libere più 180 km di bicicletta più 42,195 km di corsa (una maratona). Sport multidisciplinare individuale durissimo, si basa sulle tre prove da compiere in successione (nuoto, bici, corsa), senza soluzione di continuità: vince il più veloce, chiaramente, ma anche colui che sa resistere meglio alla fatica. Diciamo subito che avvicinarsi al sogno Ironman senza un piano di allenamenti costruito insieme a un preparatore atletico è (quasi) impossibile. Detto questo, è necessario un training fisico adeguato e mirato, anche per la salvaguardia di articolazioni e muscoli, messi a dura prova dalla performance, da abbinare a un core training in palestra. Per conoscere meglio il duro mondo Ironman, MyFitnessMagazine ha incontrato un atleta non professionista, Marco Viganò, 36 anni, che quando indossa abiti civili è manager in una multinazionale. Ex giocatore di basket, grande appassionato di sport, Marco dedica sveglie all’alba, serate e weekend ai suoi durissimi  iron–training, che lo hanno portato a gareggiare all’Ironman di Klagenfurt e di Vichy. Il suo coach è Ivan Risti, ex nazionale di Triathlon con svariati Ironman all’attivo.

Marco, innanzitutto un tuo commento sulla grande popolarità dell’Ironman. Un bene o un potenziale “pericolo”? Tu, da “ironman-seriamente-addicted”, cosa ne pensi?

Non sono contrario all’espansione del fenomeno Ironman in generale, non almeno in nome di un qualche genere d’integralismo sportivo che lo vorrebbe destinato solo a pochi eletti. Se una persona ha il carattere e il coraggio per provarci – e ce ne vuole – se ha abbastanza spirito di scarifico per mettere sul piatto tutto quel che serve per tentare di arrivare in fondo, credo sia giusto che si stenda un tappeto rosso anche per lui. Mi fa solo paura che si cominci a ragionare più sulla quantità di gare che sulla loro qualità, affidando l’organizzazione dei diversi circuiti a soggetti totalmente impreparati e più interessati a battere cassa che a organizzare un’indimenticabile pagina di vita per chi è lì ad affrontare la sfida. Questo sarebbe imperdonabile.

In effetti l’Ironman è una sfida complessa e costosa non solo per gli atleti…

Esatto. L’Ironman è una gara molto costosa, sia da punto di vista economico – iscrizione e trasferta – sia dal punto di vista umano – per allenarti porti via un sacco di tempo a tutto e a tutti, spingendo corpo e mente al limite, dove il prezzo da pagare in termini d’isolamento emotivo e sociale è più alto di quanto chi non ci ha mai provato potrà mai immaginare. C’è quindi un accordo tacito tra atleti e organizzatori. Noi ci indebitiamo emotivamente col mondo per pagare tutto questo ma voi vi impegnate a trattarci come eroi e a farci vivere il lieto fine di una favolosa avventura iniziata molti mesi prima. E, nelle favole, il finale deve essere sempre perfetto. Magari non tutti, alla fine, riescono a vivere felici e contenti, ma non ci sono ombre o magagne, errori o intoppi. Il cattivo di turno è stato sconfitto, la principessa salvata, ora ci deve essere solo spazio per festeggiare. Il vino non finisce durante il banchetto, la musica non si spegne, se piove, c’è comunque un salone con un grande fuoco in cui tutti intorno possono continuare a ballare. Al recente Ironman 70.3 Italy di Pescara (un triathlon che prevede 1,9 km a nuoto in mare, 90 in bici e 21,1 di corsa, ndr), per farti un esempio, già dal briefing del giorno prima della gara si era capito che l’atmosfera era tutt’altro che di festa. Toni dimessi, a tratti più minacciosi che d’incitamento. Poi la scelta di tenere arrivo e zona cambio così distanti. Una faticosa complicazione in una giornata che è per definizione già una complicata fatica. E ancora la decisione di partire all’ora di pranzo, rischiando di lasciare al mare, sempre nervoso in quella fascia oraria, la scelta finale se fosse il caso di nuotare oppure no. E infatti il mare ha deciso che non era il caso e a quel punto non c’era un piano di contingenza. Poi certo la pioggia non ha aiutato, ma Dio è così, perdona i malvagi ma castiga senza pietà gli stolti. Infine, dopo il traguardo, tutti sono stati lasciati in balia delle intemperie: in una giornata in cui il clima era stato previsto con assoluta precisione, si poteva e si doveva fare di meglio.

A cosa ti stai preparando in questa fase?

Alla fine di Settembre vado a Maiorca per un altro Ironman, nel frattempo, però, faccio qualche olimpico (il triathlon di distanza olimpica, ovvero 1 km e mezzo di nuoto, 40 km di bicicletta e 10 km di corsa, ndr), magari un altro “mezzo” e tento di divertirmi. Lo sguardo è sempre fisso sull’orizzonte, non potrebbe essere altrimenti quando navighi in acque comunque turbolente, però cerco di godermi anche il vento sulla faccia e il sole sulla pelle, quando possibile…

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Obiettivo vero? Un sogno nel cassetto legato all’Ironman?

Chiunque ti risponderebbe: qualificarsi per il mondiale di Kona. Io, a parte il fatto che non ce la farò mai, vorrei invece trovare un maggiore equilibrio nella mia settimana, riuscire a conciliare tutto questo con la vita professionale e familiare dei nostri tempi, dove la coperta è perennemente corta. Vorrei non sentire il freddo che spesso sento, non avere paura di svegliarmi la mattina con mal di gola e raffreddore: in questa stagione calda non rende molto l’idea, ma pensa all’inverno e capirai di cosa sto parlando…

Che consigli che ti senti di dare a un neofita dell’Ironman che decide di intraprendere questa disciplina?

Di non cedere al lato oscuro. Di non rimanere imprigionato tra tabelle meticolose e allenamenti folli. Gli direi: prima di iniziare, prendi uno dei tuoi migliori amici, uno che magari è anche sportivo ma non ossessionato e digli che almeno una volta ogni tanto, tipo ogni due o tre settimane, ti deve prendere a forza e portare a fare qualcosa che non c’entra niente con il tuo piano di allenamenti, in modo da non dimenticare com’è la vita da civile. Ci vuole uno che si prenda la cosa a cuore e non ti abbandoni, perché tu farai di tutto per non lasciare la via del dovere neppure per un secondo…

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Bicicletta e percorsi: il limite della città…

Bici e città danno vita a una relazione impossibile. È come andare in guerra. Prima o poi ti colpiscono, devi solo sperare che non sia una ferita mortale. Uscendo dalle città la situazione un po’ migliora, ma solo se sai dove andare, solo se svicoli le maggiori direttrici per andare su strade secondarie dove però ti devono avere già portato, perché è impossibile non perdersi la prima volta.

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Marco ci racconti la tua giornata tipo, allenamenti e alimentazione compresi?

Sveglia presto, circa alle sei, un lungo respiro per scacciare il primo lungo pensiero di resa della giornata che ti sussurra di girarti dall’altra parte. Se devo correre o nuotare prendo una barretta con carboidrati, se esco in bici azzardo un pezzetto di pane integrale e marmellata. Poi mi vesto ed esco ad allenarmi. Cerco di non essere da solo però, perché cominciare la giornata vedendo gli amici e faticando insieme a loro, credo sia uno dei piaceri della vita. D’inverno, invece, spesso mi toccano i rulli da solo in casa, per la gioia dei vicini… In generale più di un’ora e mezza al mattino non mi alleno. Mi piace arrivare al lavoro comunque presto. Quando finisco, colazione al volo con secondo round di pane e marmellata, magari una banana, omega 3 in dosi massicce, un bicchiere d’acqua con vitamina C e un bicchiere d’acqua calda con magnesio; se l’allenamento è stato intenso o se è giorno di doppia seduta prendo anche un recovery drink con amminoacidi e proteine, e comunque bevo almeno un litro e mezzo d’acqua, poi doccia, motorino e ufficio, dove prendo un caffè che è come lo sparo dello starter per iniziare la giornata. Se mi alleno a mezzogiorno – quasi sempre nuoto se non sono andato al mattino o vado in palestra a fare un circuito di core training – mangio qualcosa a metà mattinata, biscotti di solito, tipo wafer, che magari non saranno il massimo per il corpo ma tengono alto il morale, pranzo abbastanza leggero, con piatto di pasta non troppo condito o riso integrale e di secondo verdure crude magari con una mozzarella, più un frutto. Metà pomeriggio merenda, mandorle o noci – visto che mi sento in colpa per i biscotti della mattina – soprattutto se la sera è prevista un’altra seduta, oppure tiro dritto (se sono pieno di lavoro mi dimentico di mangiare). Arrivo a casa verso le sette e se devo vado a correre. Gli allenamenti più intensi preferisco farli la sera. Il corpo è già a regime e la mente più rilassata perché la giornata è finita. Prima di rientrare a casa mi concedo sempre due o trecento metri a piedi per godermi le carezze della sera. Poche persone sono in grado di coccolarti così. Quindi cena, mangio riso o pasta e poi carne, pollo o hamburger con patate o piselli. Spesso frutta. Cerco di andare a letto relativamente presto, per due motivi, primo perché la mattina dopo, la giostra riparte, magari ancora più veloce, e ci vorrei risalire, secondo perché sul divano subentra subito la mia tremenda golosità, del genere che se ho una vaschetta di gelato in freezer quando la prendo non dovrò preoccupami di rimetterla a posto. Quindi undici e mezza circa si cala il sipario, si spengono le luci e come diceva Diego Abatantuono in Mediterraneo, “…un po’ mi girano i coglioni perché penso che è passato un altro giorno”… SR

 

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